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Schiocca le dita la distruzione;
una piazza, la birra, la gente
e c'è già la sua ambientazione.
Un lavoro schiacciante e opprimente,
da cui uscire in cerca di sfogo,
e in distruzione già ci si sente
a sentirsi sempre fuori luogo.
La speranza d'amore rimasta,
che crepita e brucia come al rogo
dei bei propositi che accatasta
e già si vede il bieco sorriso
del demone che ne è entusiasta.
La suspence per incontrarlo a viso
aperto, l'appuntamento dato
e come in un duello deciso
per la sera di ogni sabato;
tanto la solitudine grava
che il dar forma al proprio oscuro lato
di compagnia almeno sembrava.
Tanto lo è che la sua figura
prende vita ad ogni notte brava.
Vuole uscire e sembra una tortura
resistere alla sua ossessione,
uscire e rompere la struttura
che ovunque ricrea una prigione
al suo istinto, ma solo macerie
ovunque arreca la sua passione.
Vuole uscire e come in una serie
tv promette una grande storia,
ma affoga nelle proprie miserie
ogni volta privo di memoria.
Eppure suona come un'ebbrezza
in quel suo invito a fare baldoria,
sembra quasi chissà che prodezza
seguirlo fino a sedersi in piazza
e lì, come chi tutti disprezza,
guardar la festa che intorno impazza.
Nell'impotenza di notti vuote
sembra armarsi d'un grossa mazza,
quel demone che all'azione scuote,
e suona come un tamburo in guerra
mentre a colpi d'angoscia percuote
l'addome e il ritmo del cuore serra.
E schiocca come colpi di frusta,
mentre il suo primo attacco già sferra,
nella distruzione che pregusta.
Andrà ad abbattersi fino al suolo
e trovata la distanza giusta,
per osservare tutti nel ruolo
di comparse, potrà al suo dramma
dare un senso di star sempre solo.
Lì in piazza, come da programma,
dove diventare quello spettro
cupo da cui ognuno se la smamma
e lì, con una bottiglia a scettro,
timone di cui ha perso la barra,
finirà più suonato del plettro
di quelli intorno con la chitarra.